Sara è una ragazza come tante.
Va a scuola, parla con gli amici, sorride. Ma dentro la sua testa c’è un pensiero che torna spesso.
Un pensiero insistente, come un piccolo tarlo.
Questo tarlo parla continuamente. Commenta il corpo di Sara.
Le dice cosa dovrebbe o non dovrebbe fare.
A volte il tarlo è molto forte. Occupa spazio nella mente di Sara e le rende difficile concentrarsi, rilassarsi, stare bene.
Sara non ha scelto questi pensieri.
Non sono un capriccio e non sono una colpa.
Quando il tarlo parla, Sara si sente stanca, confusa, sola.
Anche se intorno a lei ci sono altre persone.
Alcuni non vedono il tarlo.
Dicono: “È solo una fase” oppure: “Basta pensarci meno”.
Ma per Sara non è così semplice. Col tempo, Sara scopre una cosa importante: non è il tarlo a definire chi è.
Il tarlo è una difficoltà, non la sua identità.
Quando Sara trova qualcuno che la ascolta senza giudicare, il tarlo perde un po’ della sua forza. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza.
È un atto di coraggio.
Passo dopo passo, con il tempo, il supporto e la cura, Sara impara a riconoscere i suoi pensieri
e a prendersi cura di sé.
Il tarlo non sparisce subito.
Ma Sara non è più sola ad affrontarlo.
E ogni giorno in cui sceglie di chiedere aiuto, Sara fa spazio a una voce nuova:
la sua.
Morale
I disturbi alimentari sono una sofferenza, non una scelta e non una colpa.
I pensieri difficili non definiscono il valore di una persona. Chiedere aiuto è possibile e non significa essere deboli.
Ascolto, rispetto e sostegno possono fare la differenza.
Prendersi cura di sé è un diritto e nessuno dovrebbe affrontare questa difficoltà da solo.
Martha

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